Chi può rivolgersi alle cure psicologiche?

Qualche tempo fa  lavoravo insieme a due genitori in un percorso di sostegno alla genitorialità   ma  percepivo forte   il loro imbarazzo e la loro difficoltà a trovarsi presso lo Studio a mettere in gioco una di quelle  certezze incrollabile: ossia  l’essere dei bravi o dei perfetti genitori!

Perché siamo convinti che il contrario di essere bravi è sentirsi dei cattivi genitori, e talvolta per molti tra noi chiedere aiuto vuol dire sentirsi giudicati male!

Ma se ci pensate: sentirsi buoni o cattivi, forti o deboli, rispecchiano un modo di ragionare tipo  1 o 90 come i nostri figli adolescenti! E per cui mi sentì di far notare che i genitori non vanno etichettati in alcun modo: perché diventare genitori è come riavvolgere il nastro della nostra vita e assistere senza chiederlo, al filmino della nostra storia, del nostro essere stati figli e rivivere la relazione con i nostri genitori. Al massino i genitori si possono distinguere in coloro  che riconoscono di aver bisogno di aiuto  e genitori che lo negano lasciandosi andare ad un isolamento prima di coppia e poi individuale. Ma sulla genitorialità ci ritorneremo in seguito.

Questo per dire che: alle cure psicologiche non si rivolge a chi ha un problema ma chi ha una risorsa.

Perché i  problemi li abbiamo tutti:  come  genitori, partner, coniugi, figli, anche vicini di casa. Tutti abbiamo dei problemi personali o relazionali, ma la differenza sta nel modo di affrontare i problemi. Ma soprattutto  alle cure psicologiche si rivolge chi ha 99 problemi ed quella  risorsa!

Quale risorsa? La voglia di crescere di guarire a se stessi di conoscersi di andare oltre di sentirsi in cammino e di affrontare un cambiamento

Ma a questo punto dovremmo chiederci di quale cambiamento parliamo:

e  per rispondervi prima dovremmo però chiederci qual è la differenza tra crescere e cambiare.

Beh la differenza sta  che un cambiamento se non nasce nelle relazioni può essere sinonimo di isolamento che rappresenta la porta d’ingresso di tutti i mali relazionali.  E purtroppo sappiamo benissimo quanto alcune  relazioni che abbiamo vissuto ci hanno insegnato sfiducia delusione e talvolta non ci hanno trasmesso quella sicurezza e calore necessari per crescere.

In questi casi diamo per scontato il concetto di crescere che per molti di noi vuol dire farcela da soli senza il bisogno di nessuno perché tanto nessuno possa aiutarci.

Ma chiediamoci: il bambino può crescere da solo? qualcuno può rispondere Certo che no! Ma noi non siamo più bambini. Si. Ma i bambini si fidano, i bambini ti tendono la mano per seguirci come facevamo  noi da bambini prima che ci accadesse qualcosa che ci ha fatto perdere non solo la fiducia nel tendere quella mano per chiederci di accompagnarci. E in molti casi  le esperienze relazionali sfavorevoli ci hanno insegnato non è solo una sfiducia nell’altro ma perdiamo la speranza nel valore dei legami soprattutto familiari! E da quel momento iniziamo a vivere in una dimensione tutta nostra, di isolamento. Anzi: potremmo dire che il sintomo è proprio il grido di aiuto di quel bambino dentro di noi che ci chiede una mano per essere aiutato a crescere, a riprendere il suo cammino di crescita.  e le cure psicologiche servono a far crescere, a far recuperare terreno a quelle grosse parti più infantili.

In questi casi quindi il problema è proprio recuperare non tanto, non solo la fiducia in qualcuno ma primariamente la speranza che il nostro grido venga ascoltato, di poter ricreare legami generativi di fiducia. Dove noi possiamo allenarci a tendere la mano come quei bambini per lasciarci aiutare e qualcuno possa raccogliere la nostra mano tesa!

Certo indietro non possiamo tornare! E non si può ritornare bambini per far andare le cose diversamente, ma possiamo recuperare, ri-partendo dal  momento in cui la nostra sfiducia si è trasformata in rassegnazione verso i legami! E in questo caso la relazione terapeutica rappresenta una possibilità,  di ri-creare una relazione significativa che rispetti quella nostra mano tesa nel farsi accompagnare per crescere.

Spesso ci si rivolge alle cure psicologiche per  guarire da un sintomo…magari per ritornare a vivere come prima. Ma la domanda dovrebbe essere: oggi  possiamo mai essere come ieri e domani come oggi? Per sedare l’ansia o un altro sintomo di malessere interiore ci si può ricorrere anche ai farmaci. Allora la differenza qual’ è? Perché ci si rivolge anche ad uno psicologo?  A parte perché un buon progetto terapeutico deve includere se e dove necessario farmaci e cure psicologiche. Per aiutare quel bambino a ritrovare la fiducia a tendere la mano per farsi accompagnare. Per fare i conti proprio con quella paura delle relazioni che nasce dalla sfiducia nei legami! perché non si può vivere sempre aiutando gli altri senza lasciarsi aiutare: prima o poi ci l’onnipotenza si rivale isolamento: una cella da cui non  riusciamo ad uscirvi….da soli!

Per cui qual è la risorsa di cui parlavamo: è quell’attitudine sana del bambino a tendere la mano per chiedere sicurezza! E dall’incontro tra la mano del bambino che chiede e l’adulto che l’afferra che un legame si mostra generativo per un bambino!

La psicoterapia è proprio un intervento che, connettendo il sintomo alle relazioni, va a “ curare quel bambino dentro di noi che chiede di crescere e sperare nei legami!”

Ecco perché una differenza tra crescere e cambiare risiede nel fatto che non si può crescere da soli ma in una relazione. Crescere in una relazione, crescere insieme rappresenta una garanzia importante per non isolarsi in  una solitudine malata. Quasi sicuramente un giorno la psicoterapia finirà come cura ma la relazione terapeutica resterà sempre come un porto sicuro per la persona a cui sa che potrà sempre rivolgersi.  Pensando solo al sintomo ci si distrae dalle  relazioni, anzi forse tanti si ammalano proprio perché non si percepiscono nelle relazioni che vivono. Chi invece spera nelle relazioni nonostante tutto, oltre a crescere guarisce.

Le  relazioni rappresentano la  vera culla che ci accoglie, ma   se di relazioni ci si ammala con le relazioni ci si può curare: certo le relazioni amicali possono lenire un dolore,  una relazione sentimentale può illuderci che l’altro possa colmare i nostri vuoti affettivi: in realtà una relazione d’amore adulta dovrebbe generare legami e prendersene cura: no necessariamente curare le ferite che ci portiamo dentro! Ecco perché al partner dovremmo mostrare –al massimo- le nostre cicatrici e non le nostre ferite aspettandoci che ce le curi! 

Per cui  cambiamento può far  rima con isolamento quando non avviene in una  relazione significativa, e crescere associato alle relazioni  fa rima con guarire.

La  risorsa è quel bambino dentro di noi che tende la mano! E un bambino non tende la mano per aiutare gli adulti…

Quindi in conclusione: il problema risiede in una difficoltà nel chiedere aiuto oppure nel superare un ragionamento adolescenziale per accoglierne uno più adulto?   E se l’autonomia la raggiungessimo quando impariamo a vivere le relazioni?

Il problema è la difficoltà a chiedere aiuto oppure a recuperare quella speranza nei legami che solo un bambino riesce ad esprimere porgendo la mano?

Impariamo a distinguere le nostre paure dalla realtà: uno studio medico di psicoterapia non è un’aula di tribunale né il terapeuta è un giudice o un “poliziotto bravo” che finge di allearsi con voi per costringervi a confessare!

La  vera risorsa non è un medico né tantomeno rivolgersi a un medico,  ma quel poco di speranza nei legami scoperta sotto le macerie delle nostre esperienze infantili piccola come un seme, ma che può farci ritrovare il motivo e l’energia per crescere…e guarire.


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